Al Museo della Frutta di Torino, l’agronomo e fitopatologo Duccio Caccioni ha guidato il pubblico in un viaggio tra storia e attualità della mela, partendo da un luogo comune molto diffuso: quello secondo cui “le mele di una volta erano più buone”. In realtà, come ha spiegato con chiarezza e passione, le mele moderne sono frutto di un lungo percorso di miglioramento genetico, selezione agronomica e innovazione tecnologica che ha portato a frutti più buoni, più resistenti e più sostenibili.
La domesticazione del melo parte dal Kazakistan, dove il melo selvatico ha avuto origine, diffondendosi poi in tutta Europa. Nelle campagne, per secoli, i contadini hanno selezionato spontaneamente nuove varietà, propagando per innesto le mutazioni più interessanti. Un esempio è la mela Ambrosia, nata da una mutazione spontanea: i lavoratori di un meleto canadese la raccoglievano tutti dallo stesso albero, attirando l’attenzione sulla sua qualità.
Caccioni ha evidenziato come le mele moderne rispondano a nuove esigenze: i consumatori le acquistano meno frequentemente, ma vogliono frutti belli, croccanti e che durino a lungo. Ecco quindi l’importanza di una shelf life più estesa, raggiunta anche grazie alle tecnologie di conservazione in atmosfera controllata, che rallenta il metabolismo del frutto senza uso di prodotti chimici.
Contrariamente a quanto spesso si dice, la biodiversità non è scomparsa. Esistono ancora antiche varietà, ma oggi la ricerca ha portato a quattro grandi filoni varietali:
- Mele dolci e morbide (es. Golden), una volta le più comuni.
- Mele acide, come la Renetta, apprezzate in Europa del Nord e ideali per la pasticceria.
- Le varietà “di club”, come Pink Lady o Kanzi: croccanti, aromatiche, colorate e brevettate.
- Le mele flat, pensate per il mercato asiatico: molto dolci, poco acide.
Anche le pere, pur con maggiori difficoltà nella selezione genetica, seguono lo stesso principio. Ma se il melo offre centinaia di varietà, le pere commerciali si limitano a una decina, per via di una maggiore complessità nella combinazione di gusto, consistenza e conservabilità.
Le condizioni ambientali giocano un ruolo chiave. Le mele coltivate in quota, ad esempio, beneficiano delle escursioni termiche tra giorno e notte, che stimolano la produzione di zuccheri e aromi. È lo stesso principio per cui eccellenze italiane come il pomodoro di Pachino o certi oli d’oliva raggiungono livelli altissimi di qualità in ambienti “difficili”.
Caccioni ha poi affrontato il tema della resistenza alle malattie: molte varietà moderne sono selezionate per resistere alla ticchiolatura, riducendo così la necessità di antiparassitari. È una conquista agronomica e ambientale, in linea con gli obiettivi della sostenibilità.
Un passaggio importante è stato dedicato alle nuove tecnologie genetiche. Le TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita), a differenza degli OGM classici, non introducono geni esterni ma modificano con precisione quelli esistenti. “Servono però conoscenze dettagliatissime del genoma – ha spiegato – e una mappatura completa della pianta.”
Infine, una riflessione più ampia: “Le tecniche che sviluppiamo sono straordinarie, ma dobbiamo chiederci se sia il sistema produttivo stesso ad avere dei limiti. Vogliamo frutta sostenibile, sana, locale… ma allo stesso tempo disponibile tutto l’anno, perfetta e senza difetti. Qual è il compromesso accettabile?”
L’incontro si è chiuso con un invito a superare la nostalgia e ad apprezzare i frutti di oggi per ciò che sono davvero: il risultato di decenni di ricerca, tradizione agricola e conoscenza scientifica al servizio del gusto, della salute e dell’ambiente.
