Da più di trent’anni si sente ripetere che “le guerre del futuro si combatteranno per l’acqua”. Ma è davvero così? Secondo il ricercatore Emanuele Fantini, esperto di politiche idriche internazionali, questa idea è limitante, fuorviante e soprattutto inefficace per comprendere i conflitti contemporanei.
Nel suo intervento, Fantini ha smontato il mito delle cosiddette “guerre per l’acqua”, articolando il discorso in tre parti. Per prima cosa, ha spiegato come raramente i conflitti armati scoppino per l’acqua. I bacini del Nilo, del Giordano, del Tigri-Eufrate e dell’Indo – spesso indicati come potenziali polveriere idriche – sono esempi di come le tensioni siano sì presenti, ma non abbiano portato a guerre dirette. Il caso della diga del GERD tra Etiopia, Sudan ed Egitto, ad esempio, ha sollevato forti preoccupazioni, ma si è rivelato più una questione di condivisione dei dati e di coordinamento nella gestione delle risorse, che un vero conflitto armato.
Un concetto chiave per comprendere questa dinamica è quello di acqua virtuale, sviluppato dal geografo britannico Tony Allan: ogni bene che consumiamo – cibo, vestiti, prodotti industriali – richiede acqua per essere prodotto. Così, l’Egitto importa acqua sotto forma di cereali, anziché estrarla solo dal Nilo. Questo flusso globale riduce la pressione sulle risorse idriche locali, ma al tempo stesso rende i sistemi agricoli e alimentari più vulnerabili a crisi geopolitiche, come dimostrato dalla guerra in Ucraina.
Se le guerre non scoppiano per l’acqua, molto spesso si combattono contro l’acqua. Ovvero, l’acqua diventa vittima collaterale o arma strategica. Le guerre civili in Sudan e in Etiopia, la crisi in Palestina, lo dimostrano: infrastrutture idriche danneggiate, dighe abbandonate, trattative interrotte, popolazioni isolate dall’accesso a una risorsa vitale. E c’è di più: il settore militare è tra i maggiori emettitori di CO₂ al mondo, ma non è soggetto a obblighi di trasparenza. Fantini ha affermato che, se la guerra fosse un Paese, sarebbe il quarto per emissioni dopo Stati Uniti, Cina e India.
E quindi: cosa possiamo fare noi? Fantini ha raccontato il caso di una studentessa irachena che ha studiato la resilienza del sistema idrico di Mosul, durante l’occupazione dello Stato Islamico. Nonostante la distruzione delle strutture centrali e la fuga dei dirigenti, tecnici locali e cittadini hanno riorganizzato autonomamente il servizio idrico, recuperando condotte e materiali. Un esempio di resistenza civile e attaccamento al territorio, che dimostra come l’acqua possa anche unire, non solo dividere.
Nel finale, Fantini ha proposto di ribaltare la narrazione: parlare d’acqua non solo in termini di scarsità, rischio e conflitto, ma come spazio di relazione, come ecosistema a cui apparteniamo. Attraverso la ricerca, la comunicazione, la fotografia, è possibile raccontare storie che generano empatia, senso di cura e collaborazione. “L’acqua – ha concluso – non deve essere vista solo come causa di guerra, ma come strumento di pace. È nostra responsabilità scegliere quale emozione vogliamo trasmettere quando parliamo di acqua.”