Come godersi il vino senza retorica

Nell’ambito dell’alimentazione, pochi prodotti hanno una carica simbolica e culturale paragonabile al vino. Ma secondo Michele Antonio Fino, giurista e docente esperto di cultura del cibo, il vino ha bisogno di essere liberato dalla retorica. Via i toni sacralizzati, via l’atteggiamento da sommelier caricaturale alla Antonio Albanese: il vino si può e si deve godere anche con realismo e consapevolezza, senza inutili mitizzazioni.

Per capire come siamo arrivati a questo rapporto attuale con il vino, occorre guardare alla sua storia recente e alle trasformazioni che lo hanno reso ciò che è oggi. Il vino per come lo conosciamo è infatti frutto di trasformazioni profonde avvenute negli ultimi 150 anni. Un momento di svolta è segnato dalle scoperte scientifiche di Louis Pasteur, che nel XIX secolo ha individuato i lieviti responsabili della fermentazione alcolica. Questo ha sicuramente consentito di avere più controllo sul processo produttivo e su quello che arriva nel bicchiere, ma ha portato anche a una certa omologazione del gusto. Per questo, come accade in molti casi, qualcuno cerca di tornare a gesti più rituali, più “umani”: quando tutto è logico, la nicchia riscopre l’irrazionale.

Questa tensione tra controllo scientifico e ricerca di autenticità ritorna anche nelle narrazioni che circondano il vino, spesso piegate a esigenze di mercato. È il caso del prosecco, che fino al 2009 era il nome del vitigno. Poiché le varietà non sono tutelabili a livello internazionale, il Veneto ha deciso di usare il nome di un piccolo toponimo – l’omonimo quartiere di Trieste – per estendere la protezione: da vitigno a denominazione geografica. Solo così si è potuto difendere commercialmente il brand – anche se oggi il prosecco si produce fino a 150 km dal paesino omonimo.

Ma oltre ai giochi di denominazioni e identità territoriali, il vino resta un prodotto intrinsecamente fragile, segnato da tempi lenti e da un sapere che si costruisce generazione dopo generazione Il vino è infatti uno dei prodotti più complessi da migliorare, proprio perché si produce una sola volta l’anno. Se si sbaglia, bisogna aspettare l’anno successivo. A differenza del pane, dove l’errore si corregge il giorno dopo, qui l’apprendimento è lento. Per questo, in zone come la Borgogna, si sono formate comunità agricole molto coese, dove il sapere si tramanda e si costruisce insieme.

Non stupisce quindi che la storia del vino italiano abbia conosciuto anche momenti drammatici, capaci di cambiare per sempre la percezione pubblica e le regole del settore. Inevitabile il riferimento allo scandalo del metanolo, che nel 1986 uccise 23 persone. Uno shock che segnò un punto di svolta. “L’immagine del vino è stata ripulita, ma il cambiamento qualitativo era già in atto, guidato da tanti giovani produttori,” sottolinea Fino. Tuttavia, quella tragedia ha permesso all’Italia di ripensare completamente il settore.

Oggi, di fronte a nuove sfide legate alla sostenibilità, il dibattito sul vino si intreccia con quello sul biologico e sulle pratiche agricole più responsabili. Fare vino biologico è molto diverso dal produrre frutta o cereali. Il vino, essendo un bene non deperibile e ad alto valore aggiunto, permette un maggior controllo della filiera, ma pone anche interrogativi su costi, resa e impatto ambientale. E come sempre, serve meno ideologia e più capacità critica.

Nel mondo del vino, come in tanti altri ambiti, serve meno storytelling e più competenza, senza perdere però il piacere della narrazione. Solo così il vino può restare un piacere autentico, condiviso e consapevole.